Di recente, alcuni episodi di cronaca hanno riportato sulle pagine dei giornali discriminazioni inaccettabili. Così un guidatore che investe e uccide un gruppo di ciclisti è subito additato per la sua nazionalità. Lo stesso per la persona sospettata di aver commesso un delitto. I casi sono numerosi e, nei titoli, non si perde occasione per indicare la provenienza territoriale dei protagonisti. Già in passato l’Ordine aveva dato precise indicazioni sull’argomento, ma il tempo ha steso un velo d’oblio su tutto. Una volta certi giornali se la prendevano con i meridionali, oggi l’attenzione si è spostata sugli extracomunitari, anche su chi ormai si può considerare italiano a tutti gli effetti. Tutto ciò non è giusto.
18/11/2010
IL RAZZISMO IN ITALIA. ANALISI DEL LESSICO MEDIATICO ATTRAVERSO LA SINTESI DI ALCUNI CASI DI CRONACA NERA.
Il dilagare in Italia del razzismo nell’orientamento culturale è ormai un fatto storico.
Da qualche anno a questa parte però si cerca di analizzarne i lineamenti attraverso l’indagine di meri fatti di cronaca nera. Tale approccio è senza dubbio lacunoso e fuorviante: il razzismo è un fenomeno culturale, e in quanto tale si nasconde nelle pieghe più profonde della società, esplodendo infine in episodi eclatanti. Prendere queste espressioni violente del razzismo come significative e prescindenti da ogni sua causa è diventata una prassi comune, e si colloca nell’informazione accanto ad altre pericolose attitudini sociali: attraverso i mass media prende corpo una fantomatica emergenza sociale che viene riproposta ciclicamente, e viene cavalcata da attori politici, culturalmente legittimati ad alzare i toni.
Lingua nel razzismo:alcune parole chiave
L’attenzione dei media alla parte della popolazione di origine straniera è molto selettiva, riguarda nella quasi totalità dei casi fatti di cronaca (nera), e tocca tematiche rigidamente connesse all’illegalità.
Questa idea ossessiva dell’immigrazione, tipica dell’Europa degli ultimi 15 anni si muove attraverso stigmi e immagini stereotipate . Per la costruzione e l’affermazione di questi stereotipi, legati a doppio filo ad episodi criminosi, la scelta del lessico opera in modo tanto ingegnoso quanto efficace: una vera e propria opera quotidiana di disumanizzazione, attraverso un gergo composto da termini non casuali: alcuni richiamano un linguaggio semi scientifico, e vengono utilizzati come avanguardie di un settore non corruttibile di razzismo (termini come “extra-comunitario”, “clandestino”), altri invece muovono da livelli culturali bassi e sono talvolta denigratori, ma vengono ripresi ugualmente dai mass media, e dunque in qualche modo legittimati (il caso di “badante”).
Questi atteggiamenti inferiorizzanti fanno poi uso di locuzioni specifiche come” i nostri valori”, “tolleranza”, che sottintendono una egemonia culturale italiana, inferiorizzando quella altrui. Questo particolare tipo di comunicazione corre poi su omissioni di notizie e di rettifiche, rinominazione e refusi più o meno volontari.
I media nel razzismo consensuale
I media, attraverso la scelta del linguaggio e della trattazione “criminale” del tema immigrazione predispongono un terreno fertile su cui poi lavorare durante i casi di cronaca più eclatanti. L’enfatizzazione di alcuni aspetti di questi episodi (ad esempio la nazionalità dell’aggressore) in un clima così ansioso finisce per agevolare l’insorgere del panico morale.
Queste ondate emotive, rivolte contro un capro espiatorio che viene identificato come minaccia per la conservazione della società, sono teoricamente destinate a risolversi in poche settimane. Qui però intervengono gli attori politici che cavalcano questa ondata emotiva.
Il problema sicurezza viene quindi ciclicamente inserito nell’agenda politica, coinvolgendo nel dibattito tutta la classe politica con toni non sempre concilianti.
Razzismo in prima pagina: alcuni casi esemplari
Ecco come vengono trattati gli episodi di cronaca nera dalla carta stampata.
Alla fine del 2006 ad Erba perdono la vita Raffaella Castagna, suo figlio Yussef, la nonna Paola Galli, e la vicina di casa Valeria Cherubini a seguito di una strage.
La notizia esce qualche ora dopo dall’Ansa come un caso già risolto: “stage Brianza: uccide compagna, figlia, due donne e brucia casa”. La polizia comincia a cercare Azouz Marzouk, il “tunisino fuori grazie all’indulto”, considerato dai giornali già latitante.
Il linciaggio mediatico di Marzouk è già iniziato e la ricerca del movente da parte dei mass media è grottesca: si comincia a parlare di un regolamento di conti di organizzazioni criminali straniere, ipotesi smentita dal fatto che la Castagna conosceva il suo aggressore.
Marzouk, in quei giorni in Tunisia riuscì a sfuggire al linciaggio solo momentaneamente, poiché anche dopo il proscioglimento con formula piena i mass media continuarono a seguire le sue vicende giudiziarie legate allo spaccio di droga, e non come vittima di una strage che ha sterminato la propria famiglia.
Pochi mesi dopo, nell’ottobre 2007 Giovanna Reggiani viene aggredita e rapinata alla stazione ferroviaria di Tor di Quinto, muore due giorni dopo.
L’aggressione viene segnalata da una donna rom, Emilia Neamtu, che indica l’autore del delitto in Nicolae Romulus Mailat, anche egli rom rumeno.
I media non danno molto risalto alla notizia nelle primi giorni, credendo la Reggiani appartenente alla comunità rom, quindi di rilevanza marginale.
Non appena si apprende che la vittima aveva nazionalità italiana scoppia il “caso Reggiani”: il processo viene trattato frammentariamente dalla stampa e strumentalizzato politicamente.
Ma il caso imbarazzante che scaturisce da questa vicenda è il D.L.181/2007 sollecitato proprio dal sindaco di Roma Walter Veltroni. Prevedeva l’attribuzione ai prefetti il potere di espulsione dei cittadini comunitari per ragioni di pubblica sicurezza che non verrà mai convertito in legge poiché in netto contrasto con la direttiva 2004/38/CE.
Il 14 Febbraio 2009 al parco della Caffarella (Roma) una coppia di 16 e 14 anni viene aggredita da due uomini. La ragazza verrà violentata, il ragazzo percosso e immobilizzato.
Dalle prime agenzie si evince che i ragazzi hanno descritto i due uomini come stranieri, dell’Est europeo, uno con il naso schiacciato”da pugile”, l’altro con due dita della mano mancanti.
Durante le indagini partono le consuete accuse alla comunità romena, mentre la situazione sociale esplode in una serie di vere e proprie spedizioni punitive ai loro danni, quasi legittimato dai ripetuti sgomberi effettuati in quei mesi in tutta Italia.
Il razzismo si dispiega poi nella sua forma più triviale: vengono fermati Alexandru Loyos e Karol Racz, nessuno dei due ricalca le descrizioni fornite dalle vittime, le prove a loro carico decadono dopo pochissimi giorni, ma per loro le porte del carcere non si aprono comunque.
Loyos viene trattenuto per calunnia e auto calunnia per aver in un primo momento confessato la violenza (confessione che ritratterà subito perché estorta con forti pressioni psicologiche), mentre Racz viene accusato della violenza di Primavalle, a seguito del riconoscimento della vittima (poi risultato inattendibile, scagionando Racz). Il 22 marzo Ionut Jean Alexandru e Oltean Gavrilia, confessano il reato.
il 29/09/2008 Emmanuel Bonsu, di origine ghanese viene aggredito da tre uomini, agenti in borghese del comune di Parma mentre sta attendendo l’inizio delle lezioni davanti al suo liceo serale. Il ragazzo scappa, ma viene raggiunto, fermato e pestato a sangue. Emmanuel viene trasferito in auto presso il comando dei vigili urbani, dove le percosse proseguono con manganellate e sotto la minaccia di una pistola perennemente puntata addosso da sei uomini almeno. Cinque ore dopo, a seguito della sua firma ai verbali viene rilasciato, con un’orbita fracassata e un pacchetto contenente i suoi affetti personali. Sulla busta la scritta “Emanuel, negro”. A suo carico una denuncia di resistenza a pubblico ufficiale.
Il giorno dopo, Bonsu si reca con suo padre a denunciare l’accaduto, mentre su Repubblica.it vengono divulgate le sue foto, e a seguito delle quali vengono aperte diverse inchieste: del comune di Parma, della Procura della Repubblica, dell’ufficio governativo che si occupa di discriminazioni e l’ultima da Bruxelles.
A fronte di un’indignazione dilagante dei media nazionali, però, si registra una chiusura spaventosa dei giornali locali a difesa dei vigili, appoggiati dal sindaco del comune di Parma e del comandante dei vigili.
Dopo accurate indagini il racconto di Bonsu appare veritiero, vengono arrestati quattro dei sei vigili coinvolti con accuse pesantissime.
Politicamente il dibattito viene incentrato sul ritiro di ordinanze specifiche dei comuni, con cui i sindaci hanno accolto il pacchetto sicurezza, istituito da Amato nel e perfezionato da Maroni.
Il 14 settembre 2008 si apprende dalle agenzie di stampa che Abdul Guibre un giovane italiano di 19 anni residente in Burkina Faso è deceduto al Fatebenefratelli. Il ragazzo è stato ucciso a sprangate da due fratelli italiani Fausto e Daniele Cristofoli, che gestiscono un bar a Milano.
La stampa tratta il caso cercando prima di negare la matrice razzista dell’omicidio, per puntare poi sui “futili motivi”( Guibre avrebbe rubato una scatola di biscotti, scatenando l’ira dei due baristi), ed infine apostrofando il caso non come caso esemplare della xenofobia dilagante, ma come frutto di due “schegge impazzite” in un sistema volto all’integrazione sociale ed al dialogo. Silvio Berlusconi getta benzina sul fuoco dichiarando che “gli italiani sono preoccupati perché c’è stata un’invasione di extracomunitari”(il Manifesto, 16 settembre).
L’opinione pubblica però reagisce fermamente respingendo l’indignazione retorica dei giornali ed esprimendo solidarietà alla famiglia del ragazzo.
Sulla legittimazione del razzismo, interessante è l’appello che appare sul Manifesto del 16 Settembre 2008, firmato da intellettuali ed esponenti dei movimenti di solidarietà con i migranti
“Il vecchio teorema che tende a assolvere la società italiana come immune dal razzismo non aiuta a comprendere la portata di quanto sta avvenendo; ugualmente fuorviante è definire l’Italia come una società razzista. Semmai va detto che l’uso strumentale e irresponsabile del tema della sicurezza (e della presunta diffusione della sua percezione), operato da esponenti politici di destra e di sinistra, sta rafforzando il razzismo e incoraggiando l’uso sociale della violenza, soprattutto nei confronti dei cittadini di origine straniera.
Oggi l’idea e la pratica del farsi «giustizia» da sé, per lo più contro innocenti e inermi, sembra essersi saldata pericolosamente con la legittimazione politica, culturale e normativa del razzismo: è questa la novità allarmante.
Restare in silenzio significa contribuire a legittimare il razzismo”.
(Fonte:Rapporto sul razzismo in Italia, a cura di Grazia Naletto, 2009
www.fainotizia.it)
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