Crisi a “Il Mattino”

About

Una vicenda maturata tra incomprensioni, strategie, “giochetti” che hanno determinato l’accordo sulla 416. Con un sindacato che si era impegnato a firmare e che poi non firma, lasciando in mezzo al guado il CDR. Che accetta, con un componente contrario, il documento. Cerchiamo di capire chi ha tirato il sasso e nascosto la mano.

Su tutto c’è una testata storica, gloriosa che rischia di essere relegata ad avere in futuro solo un ruolo regionale. E una redazione che non merita proprio di veder considerati “esuberi” 24 suoi validi componenti. Il Mattino e i colleghi meritano tutto il nostro sostegno.

Due sono gli aspetti gravi che emergono dalla vicenda de Il Mattino. Il primo, più “domestico” (ma altrettanto serio) riguarda l’accordo con Fieg e Ministero del Lavoro approvato dal Cdr con: 4 sì, 1 no, 2 assenti (e respinto da Fnsi e Associazioni sindacali regionali).

Il secondo, che fa da sfondo a questa ma a tante altre analoghe vicende, è sulla concessione “a mansalva” agli editori del ricorso allo stato di crisi o riorganizzazione.

Lo stato di crisi o di riorganizzazione

I casi come quelli de Il Mattino sono – purtroppo – nell’ordine delle cose. Il nuovo contratto nazionale di lavoro, quello accettato nel referendum (i risultati sono in allegato) da 1540 colleghi attivi o contrattualizzati (hanno votato in 2764 sui 17.337 aventi diritto) ha di fatto consentito queste “libertà”. Se poi leggiamo il protocollo d’intesa tra Fnsi-Fieg e Inpgi, ogni dubbio svanisce:

1- Le parti, in ordine ai criteri per la sussistenza della di cui alle legge n. 416/1981 e successive modificazioni e integrazioni, ritengono che la stessa non sia rilevabile unicamente dai bilanci aziendali ma anche da riscontrabili indicatori oggettivi, presenti e prospettici esterni che abbiano incidenza su una critica situazione dell’impresa e possano pregiudicarne il buon andamento operativo.
Tali indicatori in particolare dovrebbero registrare un andamento involutivo tale da rendere necessari interventi per il ripristino dei corretti equilibri economico-finanziari e gestionali”.

Non dobbiamo stupirci quindi se un’azienda che ha chiuso il consuntivo 2008 con un disavanzo di 380 mila euro (più 1,6 milioni nel 2007) e prevede per il 2009 un buco di circa 4 milioni di Euro, chieda lo stato di crisi. Dobbiamo invece indignarci perché qualcuno gli ha consentito di ricorrere alla 416.

Il pasticciaccio dell’accordo

Il 22 giugno, a Roma, nella sede del ministero del Lavoro di via Fornovo, è stato sottoscritto il verbale d’accordo sul “piano di riorganizzazione in presenza di crisi”, redatto dai dirigenti del Mattino spa. C’erano: Sergio Moschetti e Stefano Scarpino (Fieg); Massimo Garzilli, Raffaele Del Noce e Giovanni Sartorelli (Editrice Mattino spa); Francesco Cipriani e Piera Del Buono (Ministero del Lavoro). E Mario Orfeo, direttore responsable della testata. Non firmano: Luigi Ronsisvalle e Lucia Visca (Fnsi); Fabio Morabito e Massimo Rocca (Associazione stampa romana); Enzo Colimoro, Maurizio Cerino e Cristiano Tarsia (Associazione stampa campana).

Il problema nasce quando il Cdr non ha una posizione univoca. Sono assenti: Gianni Colucci (redazione di Salerno e segretario Assostampa campana) e Marco Di Caterino (delegato dei collaboratori). Firmano: Marco Esposito e Pietro Treccagnoli (sede centrale) e Nicola Battista, (redazioni distaccate di Avellino, Benevento e Caserta); e per “presa d’atto” Antonio Troise (redazione romana). Non accetta l’accordo invece Daniela De Crescenzo (sede centrale).

Il risultato non cambia: Il Mattino, dal 1 luglio, è in stato di crisi. La formalizzazione verrà con  il decreto ministeriale. Cambiano – e come – i rapporti tra redazione, cdr, fnsi e associazioni sindacali regionali. E a peggiorare la situazione ci sono documenti in cui si afferma che la redazione “e in primis la rappresentanza sindacale tenta maldestramente di ignorare una realtà che è sotto gli occhi di tutti” (il riferimento è alla crisi economica mondiale, ndr) “con il malcelato obiettivo di mantenere invariata la struttura attuale e le connesse situazioni di comodo o privilegio di alcuni”.

Ma qualcosa di serio è accaduto a Roma durante la delicata e difficile trattativa. Basta leggere la lettera (che riportiamo integralmente come “documento”) inviata da Marco Esposito a tutti i giornalisti del Mattino, per capirlo. Cosa significa il “ruolo anomalo, della Fnsi, che in alcuni passaggi ha assunto un ruolo “antagonista” rispetto al cdr, in contrasto con quanto concordato nei giorni precedenti”? Se è quanto ognuno di noi ha inteso, siamo di fronte ad un nuovo episodio di mancanza di trasparenza, di non democrazia.

Qualcosa di simile l’avevamo vissuto anche nella vicenda del rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Non si gioca sul futuro dei colleghi. “Ed è stato anche amaro – si è sfogato Esposito in un messaggio inviato al cdr del Messaggero – vedere la Fnsi che prima ci ha incoraggiato a firmare (venerdì, telefonata con Siddi) poi ha deciso di alzare il livello dello scontro e ha fatto di tutto per arrivare al verbale di non accordo”.

Non vogliamo dare giudizi né polemizzare. Siamo però – questo sia ben chiaro – con i colleghi del cdr lasciati senza chiari sostegni, e con la redazione tutta. Sta di fatto che chiunque, dal resoconto degli avvenimenti, oggi trarrebbe le debite conseguenze:  abbandonare un sindacato che si è comportato così. D’altra parte, il cdr rappresenta la redazione e, per farne parte, non è richiesta l’iscrizione ad alcun sindacato.

Cosa si può fare

Non molto. E tutto. L’importante è mai sconfessare chi ha ricevuto il mandato (anche senza votazione) a trattare. Chi ha sbagliato non è stato il cdr, ma altri. Questo occorre tenerlo presente. Hanno fatto evidentemente tutto il possibile nelle peggiori condizioni.

Certo che sarebbe stato meglio percorrere la strada della vertenza a gruppo. Nel passato, questa strategia aveva portato buoni risultati a sindacati dell’industria. Unire le vicende delle testate dello stesso editore, coordinare e concordare le mosse sarebbe stato più produttivo. Il cdr del Mattino l’aveva anche proposto. Ma avrebbero dovuto pensarci prima e portarlo avanti quei giornalisti che hanno fatto del sindacato la loro professione preminente.

Forse si possono impugnare i provvedimenti di Cigs davanti ad un giudice. O forse ci sono altre scappatoie. Un esame attento va fatto sul ruolo del direttrore responsabile nella gestione della crisi. Sin d’ora la Fasipress si mette a disposizione dei colleghi per valutare insieme cosa è possibile fare.

Ruolo e figura del direttore

E’ l’uomo che gestisce lo stato di crisi. Il potere del direttore e la sua responsabilità? Secondo l’allegato D al Cnlg (punto 4):

“Fermo restando quanto previsto dal precedente punto 3 è di competenza del direttore tenute presenti le esigenze aziendali e sentite le osservazioni del comitato di redazione, procedere alla composizione del nuovo organico di cui ai punti 1, 2 e 3, individuando i giornalisti per i quali l’azienda richiederà l’applicazione della Cassa Integrazione Guadagni (CIGS). Il direttore comunicherà i criteri in base ai quali ha proceduto alla suddetta individuazione”.

Un altro elemento di riflessione viene dalla lettura del punto 8:

“Nel periodo di applicazione dell’art. 35 della legge n. 416, l’azienda editoriale, su proposta del direttore, richiamerà in servizio i giornalisti posti in CIG per sopperire alle esigenze di servizio ed in tutti i casi in cui si manifesti la necessità di reintegrare l’organico o di adeguarlo a nuove esigenze o alla realizzazione di iniziative di sviluppo. Nello stesso periodo l’azienda non può procedere all’effettuazione di stages per borsisti allievi nonché ad assunzioni di giornalisti o praticanti; eventuali deroghe per le assunzioni – limitatamente ai casi di dimostrata necessità connessi con la funzionalità dei servizi redazionali o per acquisire specifici apporti professionali – devono essere precedute dalla consultazione tra i direttore ed il comitato di redazione sui motivi che le giustificano e comunicate alla Commissione paritetica di cui all’art. 4 del contratto”.

Lui, il direttore, avendo per contratto (art. 6) la piena responsabilità dell’organizzazione del lavoro, può quindi decidere di stare dalla parte dell’Editrice o ricordarsi di essere anche un giornalista. Sarà la redazione a valutare questo atteggiamento da Giano Bifronte. E se la redazione non è d’accordo può sempre votarne la sfiducia (un recente caso ha riguardato il direttore di Tuttosport: 40 contro, 7 “si” e 3 schede bianche).

DOCUMENTI

La cronaca nella lettera di Marco Esposito

Dopo l’assemblea di redazione del 23 giugno il componente del cdr Marco Esposito ha indirizzato una lettera a tutti i giornalisti del Mattino per rispondere alle loro domande.

LETTERA APERTA

“Cari colleghi,
le tante domande che riceviamo come Cdr rischiano di avere, con l’accavallarsi delle mail, risposte confuse. Anche per l’animosità del momento, peraltro a mio parere inevitabile.
Faccio un passo indietro al 10 giugno, giorno dell’assemblea richiesta dalla redazione. In quel momento – spiegai – avevamo immaginato un percorso lineare: trattativa con l’azienda, eventuale sigla di un preaccordo, verifica in assemblea e con voto, trattativa finale al ministero (l’appuntamento era per martedì 16). La trattativa presupponeva la volontà di uscita di tutti i prepensionandi e puntava tra le altre cose a tutelare il salario di chi resta, con la formula delle 16 ore garantite in busta paga.

Dall’assemblea emerse con chiarezza il no all’uscita di alcuni prepensionandi e ciò faceva cadere il presupposto per l’accordo in azienda. 
Andammo così al ministero, martedì 16, con l’obiettivo di giocarci tutte le carte: assurdità della chiusura di Roma, tagli eccessivi eccetera. Alla Fnsi il giorno 15 avevamo chiesto due cose: che un nostro componente partecipasse alla ristrette, al contrario di quanto era accaduto in Fieg il 19 maggio, e che si allargasse la vertenza unificando quelle di Gazzettino e Messaggero perché con tutta evidenza facevano parte di un solo piano.

La risposta era stata che “non si commissaria la delegazione“ (Siddi, 15 giugno) e che “è meglio trattare le vertenze in modo separato”. Il martedì la Fnsi rifiuta di entrare in una ristretta con il responsabile del ministero e Ronsisvalle ci spiega: “La Fnsi ha una visione generale, questa vertenza è tutt’uno con quella del Gazzettino e del Messaggero”. Non sarà la sola sorpresa della giornata.

La trattativa va avanti a spezzoni. Siamo delusi dal fatto che il ministero non fa suo nessuno dei nostri rilievi tecnici, neppure quando l’azienda è costretta ad ammettere di aver sbagliato la previsione di costo dei giornalisti nel budget 2009. Il dirigente, Francesco Cipriani, si limita a ricordare che il ruolo del tavolo è trovare formule morbide di uscita dei lavoratori. L’azienda punta al verbale di non accordo mentre l’Fnsi cerca non senza abilità l’aggiornamento dell’incontro.

Alla fine il ministero, dopo l’intervento del sottosegretario Viespoli, impone d’ufficio un rinvio al lunedì 22 giugno per un incontro “ultimativo”. Noi Cdr convochiamo al volo un’assemblea per mercoledì 17 e ci accingiamo a prendere il treno per Napoli. Solo a quel punto Ronsisvalle ci chiama e dice che c’è il problema della delibera dell’Inpgi sugli abbattimenti ai prepensionati, lasciandoci sbigottiti.
Nell’assemblea del 17 chiediamo un voto segreto per decidere se fermarci qui o andare avanti, pur sapendo che ormai i margini per trattare si stanno restringendo.

Dal dibattito emerge che il voto non è necessario: c’è l’invito a trattare fino all’ultimo minuto, lasciandoci la responsabilità di decidere se firmare o meno, perché un mandato a firmare comunque ci avrebbe indeboliti. “Trattare sì, ma su cosa?” viene chiesto. E io spiego che i nostri obiettivi principali a questo punto sono due: dare tempo ai prepensionandi in attesa che si definisca la normativa Inpgi e tutelare le retribuzioni di chi resta. Ma sulle 16 ore avverto: l’altra volta abbiamo discusso del perché 16 ore sono 22, ma sappiate che l’obiettivo dell’azienda è risparmiare su tutte le voci di costo e quindi sarà difficilissimo spuntarla.

È il caso di rilevare che ho sempre parlato pubblicamente di 16 ore anche se i miei calcoli davano il pareggio a 15 ore perché non mi sembrava saggio sedermi al tavolo partendo dal cosiddetto punto di caduta: volevo riservarmi un margine per fingere di concedere un ribasso.
Il 19 giugno abbiamo incontrato l’azienda per verificare la possibilità di un’intesa che favorisse la firma per il 22. Come c’era da aspettarsi, lo scoglio è stato lo straordinario e il notturno, con l’azienda che proponeva 100 ore di notturno su 156 e 10 e 5 (a seconda delle redazioni) per lo straordinario. Noi abbiamo obiettato che su quelle voci non era possibile risparmiare. L’azienda ha replicato che in una situazione di crisi bisognava risparmiare su tutto. Così ci siamo alzati dal tavolo senza alcuna intesa.

Arriviamo alla giornata ultimativa di lunedì 22. Siddi in una telefonata con Troise di venerdì ci aveva invitato a firmare, perché la non intesa è disastrosa per le redazioni. Lo stesso ministero aveva detto che quando non si firma, di solito appena arrivano le lettere di cassa integrazione il sindacato torna con il cappello in mano. Noi cerchiamo quindi di trovare un’intesa rinunciando magari alla voce straordinari, che consideravamo irraggiungibile, ma puntando a dare minori incertezze ai prepensionandi. Ronsisvalle ci assicura: state tranquilli, la Fnsi non firmerà mai un accordo che non vi convinca e firmerà sempre un’intesa che vi soddisfi. Poi ci spiega che in caso di mancato accordo lui metterà a verbale una serie di critiche sui conti aziendali per cui, con l’arrivo delle lettere di Cig (“fino a 25”) potevamo andare davanti a un giudice e impugnare i provvedimenti “come faranno quelli del Gazzettino”.

Alle nostre rimostranze sul fatto che la Cig a 1.000 euro al mese su prepensionandi e non avrebbe avuto un impatto durissimo ha replicato: “Dovete capirlo, arriveranno c… grossi così per tutti”.
Torniamo alla trattativa e le proposte che facciamo vengono a una a una bocciate perché tecnicamente impraticabili o perché inaccettabili per l’azienda (che aveva la priorità di partire comunque il primo luglio). Alla fine troviamo la formula – che il ministero giudica fattibile – della cassa integrazione di solidarietà per due mesi.

A questo punto il ministero invita Cdr e azienda a verificare se può esserci intesa anche sul cosiddetto accordo interno, quello cioè che regola le sorti di chi resta. La Fnsi sostiene che non si può discutere di accordo interno se prima non si è fatta chiarezza sui numeri degli esuberi. Ribattiamo che sui numeri abbiamo appena discusso al tavolo plenario. Ronsisvalle replica che è stata una discussione informale. Abbiamo quindi la netta sensazione che di fronte alla possibilità di un accordo la Fnsi voglia comunque, senza entrare nel merito della bontà o meno di un’intesa, spingere per il verbale di mancato accordo e alzare il livello dello scontro una volta partite le lettere di cassa integrazione.
Una parte dei componenti della delegazione sindacale ci spinge a trattare ugualmente con l’azienda.

Comincia così il tavolo interno, con l’azienda che rialza un po’ le sue offerte (120 ore di notturno, 12 e 6 di straordinario) e noi che spieghiamo: la redazione già darà moltissimo con il piano di crisi, non può cedere su questi punti. 
L’accordo non c’è. Torniamo al tavolo plenario e la Fnsi muove ulteriori rilievi formali. Con un argomentare barocco, Ronsisvalle afferma prima che non c’è rispondenza tra i tagli chiesti dall’azienda e i conti del bilancio, poi sostiene che il fatto che nell’accordo trovato al tavolo i prepensionamenti siano scesi a 14 “dimostra come tutta questa crisi non c’è”.

A me sembra un autogol perché di fatto si dà ragione all’azienda ma non c’è tempo per riflettere in quanto la delegazione Fnsi si allontana in un’altra stanza. 
Noi spieghiamo all’azienda che non c’è margine per trattare: non possiamo spaccare il sindacato e portare in redazione un risultato al ribasso. L’azienda fa salire la sua offerta a un passo dai nostri obiettivi: 14 ore di straordinario (7 per le redazioni non di cronaca) e 130 di notturno, poi 135 di notturno e 13 di straordinario. La nostra risposta è ancora no. Chiediamo il pareggio.

Del Noce mi fa vedere la sua tabella tecnica che dimostra come il pareggio con le 22 ore per 11 mesi si raggiunga a 13,50 ore. Non mi fido e resto al mio conteggio: 15. Alla fine, lo sapete, spuntiamo le 15 ore (10 per le altre redazioni) sullo straordinario e le 156 (su 156) per il notturno.

Al momento della lettura dei verbali scopriamo che la Fnsi non si limita a una serie di prese di distanza, come ci aspettavamo, ma si rifiuta di firmare, venendo meno a quanto ci aveva assicurato poche ore prima. E persino chi ci aveva detto esplicitamente che facevamo bene a trattare nell’interesse della redazione firma il documento della Fnsi che critica peraltro l’accordo che tutela il lavoro straordinario.
Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo che abbiamo fatto il possibile, guardando all’interesse di tutti. Rispetto al non accordo, la cassa intergazione scende da un massimo di 25 unità a un massimo di 13 (14 da settembre). La decorrenza resta il primo luglio, ma i primi due mesi sono di solidarietà in favore dei prepensionandi. La durata dello stato di crisi si riduce da 18 mesi a 12.

Chi viene accompagnato alla pensione non farà cassa integrazione fino al raggiungimento della finestra del primo gennaio 2010. C’è qualche contentino per Roma (ma lì la sconfitta resta tutta). Si riduce il taglio degli articoli 2. Si salvano cinque prepensionandi su 19. C’è uno stop all’attacco alle retribuzioni. Si trova una formula sulle settimane corte che mette fine all’assurdo di giornate lavorate che non danno diritto alla quota di riposo.
L’intesa, nel suo insieme, è questa. E non so se dopo il mancato accordo si poteva spuntare di meglio o se, come ci dicevano, ci saremmo davvero ritrovati con il cappello in mano. So che alcuni non sono convinti dei conteggi fatti e in particolare si stupiscono del fatto che 15 possa fare 22 o che le corte misurate a giornata siano vantaggiose rispetto al sistema attuale.

Sugli straordinari bisogna ricordare che il contratto non ci aiuta, ovvero dice con chiarezza che lo straordinario è a richiesta e non è un diritto. E’ vero che da noi si sono pagate per anni le 22 ore a tutti, talvolta (ma non sempre) persino durante le ferie. Ma secondo la Fnsi non ci sono credibili margini per ottenere un riconoscimento legale. L’unico modo per garantire per sempre lo straordinario è di portarlo nella parte alta della busta paga, quella inattaccabile. Come per chi ha il conglobato.
Portare direttamente le 22 ore sarebbe un Bengodi, perché la parte alta della busta paga è quella che si utilizza per remunerare domeniche, festivi, permessi retribuiti, malattie, maternità oltre che tredicesima e tfr. Bisogna quindi calcolare qual è il numero che, considerando tutti gli effetti indiretti in busta paga, dà come risultato 22 per undici mesi, ovvero 242 ore.
Intanto facciamo il calcolo più semplice e cioè 15 ore per 12 mesi più tredicesima e tfr. Cioè 15 per 14 che fa 210. Queste 210  (19 al mese) sono sicure, cioè garantite anche se non si lavorasse mai la domenica.
Cosa succede se si lavora una domenica? La parte alta della busta paga, si è detto, si arricchisce di 15 ore. Cioè di quasi il 10% (9,6%) visto che le ore mensili sono convenzionalmente 156. Questo +9,6% ha effetto sulla domenica la quale è di 6 ore pagate all’155% e cioè 9,3 ore standard. Un aumento del 9,6% su 9,3 ore è pari a 0,89 ore.

Quindi ogni domenica e festivo lavorato porta 0,89 ore in più. Considerando 33 domeniche lavorate su 52 e 5 festivi su nove il totale fa 34 ore. Che sommate alle 210 portano il pacchetto annuo a 244 ore. Ovvero 22,2 ore per undici mesi. Per il forfait a 10 ore il calcolo è analogo e l’importo finale diventa di 14,8 ore per undici mesi. A ciò si aggiunge il beneficio che l’importo non scende nemmeno in caso di permessi retribuiti, malattie più o meno prolungate o maternità, se non per la quota su eventuali domeniche e festivi non lavorati.

È vero che tale somma è fissa e non legata agli scatti contrattuali, come del resto accade per tutti i conglobati. Ma nella fase attuale con dinamiche salariali molto modeste appare più importante evitare tagli già in atto. Ferma restando la possibilità, che non può essere esclusa, di una trattativa per rivedere i compensi se e quando le condizioni economiche saranno rosee.

Quella somma, quindi, può salire e non più scendere.
Sulle corte, infine, c’è chi si sta esercitando nel cercare la trappola nella nuova formula. In realtà basta guardare le presenze della settimana in corso per vedere che c’è una decina di colleghi che ha programmato una presenza di soli due o tre giorni (iniziano le ferie) e che per quelle giornate di lavoro non si vedrà riconoscere alcun diritto al riposo, contro gli 0,2 giorni per presenza del nuovo sistema. È vero che c’è chi oggi lavora quattro giorni in una settimana e si vede riconoscere una corta intera (con il nuovo sistema solo 0,8) ma basta che capiti una settimana con tre giorni lavorati per ottenere un credito di +0,6 e compensare la perdita di tre settimane con quattro giorni lavorati (-0,2 rispetto a oggi).

Nelle prossime settimane inoltre molti salteranno la settimana corta, a causa degli organici ridotti, e accumuleranno corte arretrate. Ebbene: con il sistema attuale la corta arretrata è una a settimana, con il nuovo metodo si passa a 1,2 perché anche il sesto giorno lavorato dà diritto a uno spicchio di riposo. Ogni cinque settimane di corta saltata, anche non consecutiva, c’è insomma un giorno di riposo in più. Il quale poi, se ci pensate, non è un regalo. Perché cinque settimane lavorate sono 30 giorni (dal lunedì al sabato) e 30 giorni diviso cinque (numero di giorni di lavoro che fa maturare una corta) porta a sei giorni di corta e non solo cinque (uno a settimana) come adesso.
Detto ciò, non si può perdere di vista il quadro generale. Che è di piena crisi dell’editoria cartacea. 
Il giornale che ci avviamo a fare sarà più piccolo, privo di un aggancio diretto su Roma, sempre più dipendente da agenzie e servizi esterni. Sarà dura per tutti.

Napoli, 26 giugno 2009

Marco Esposito”

REFERENDUM CONTRATTO FNSI-FIEG

Il risultato globale è questo: votanti 3.329 (su 34.115), voti validi 3.274 (9.8%). Il 59,7 per cento dei voti (1.955) ha premiato il fronte del sì. Il no ha raccolto 1.319 voti (40.3%).  42 le schede bianche e 13 le schede nulle.

I voti nel dettaglio:

  • COLLEGIO DEI GIORNALISTI ATTIVI O CONTRATTUALIZZATI: Hanno votato 2.764 pari al 15,94% dei 17.337 aventi diritto. Schede bianche: 32; nulle 11. Sì: 1.540 (56.6%) e  1.181 no (43.4%).
  • COLLEGIO DEI PENSIONATI: Hanno votato in 269 pari al 6,2% su 4.345 aventi diritto, tre le schede bianche. Sì: 81,9% (218 voti) e 18,1% (48 voti) no.
  • COLLEGIO DEGLI AUTONOMI: Hanno votato 296 aventi diritto (2,4%) su 12.433; sette schede bianche e due nulle.  Sì: 68,6% dei voti (197) contro il 31,4 (90 voti) dei no.

Nelle giornate del 29 e 30 maggio hanno votato, quindi,  3.329 giornalisti, un po’ meno di un decimo dei 34.115 aventi diritto al voto (di cui 17.337 contrattualizzati; 4.345 pensionati e 12.433 autonomi iscritti all’Inpgi2). I 3.329 votanti (2.764 contrattualizzati pari al 15,94% del totale; 269 pensionati e 296 autonomi) sono così distribuiti territorialmente:

Regione Totale Attivi Pensionati Autonomi
Lazio 904 844 41 19
Lombardia 548 474 42 32
Emilia Romagna 243 220 10 13
Veneto 183 161 11 11
Toscana 168 137 21 10
Piemonte 162 127 14 21
Sardegna 150 120 15 15
Friuli 152 94 16 42
Sicilia 141 105 21 15
Marche 121 81 6 34
Puglia 119 90 12 17
Liguria 95 77 4 14
Trentino Alto Adige 86 54 28 4
Abruzzo 73 60 8 5
Umbria 62 41 3 18
Basilicata 56 41 3 12
Campania 40 25 10 5
Valle d’Aosta 21 13 4 4
Molise 17 16 0 1
Calabria 8 4 0 4
TOTALE 3329 2764 269 296
Percentuale 9,75% 15,94% 6,19% 2,38%
Aventi diritto 34115 17337 4345 12433
Voti validi 3274
Si 1955
59,7%
1540
56,6%
218
81,9%
197
68,6%
No 1319
40,3%
1181
43,4%
48
18,1%
90
31,4%
bianche 42 32 3 7
nulle 13 11 0 2

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Diritto d'autore 2016 Fasipress